Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


martedì 10 marzo 2015

Mentre scende la notte

Da “The Archdruid Report”. Traduzione di MR (h/t Richard Heinberg)

Mi ha rattristato sapere, pochi giorni fa attraverso una telefonata di un collega scrittore, che William R. Catton Jr. è morto all'inizio del mese, poco dopo il suo 89° compleanno. Alcuni dei miei lettori non avranno idea di chi fosse; altri potrebbero ricordare vagamente che ho menzionato ripetutamente lui e il suo libro più importante, "Overshoot", in questi post. Coloro che si sono presi il tempo di leggere il libro appena nominato si potrebbero chiedere perché nessuno dei siti della blogosfera del picco del petrolio abbia messo un annuncio funebre o perlomeno notato la morte dell'uomo. Non ho la risposta a quest'ultima domanda, anche se ho i miei sospetti. Ho incontrato Overshoot per la prima volta in una libreria universitaria di Bellingham, a Washington nel 1983. Delle lettere rosse su una copertina rigida gialla enunciavano il titolo, una parola che conoscevo già dalle mie lezioni di ecologia e teoria dei sistemi. L'ho preso dallo scaffale e ho scoperto il futuro che mi stava fissando. Ecco cosa c'è sulla copertina sotto il titolo:


Capacità di carico: carico massimo sopportabile in modo permanente.
Mito cornucopiano: credenza euforica in risorse senza limiti.
Drenaggio: rubare risorse dal futuro.
Culto del cargo: illusione che la tecnologia ci salverà sempre dal
Overshoot (superamento): crescita al di sopra della capacità di carico di un'area che porta al
Collasso: moria.



Se volete sapere dove ho preso le idee chiave che ho esplorato in questi saggi degli ultimi 8-9 anni, in altre parole, ora lo sapete. Ho ancora la copia di Overshoot; si trova sulla scrivania di fronte a me proprio ora, ricordandomi ancora una volta quante possibilità abbiamo avuto di allontanarci da un futuro nero che si sta chiudendo ora intorno a noi, come la notte alla fine di un lungo giorno.

Moltissimi libri negli anni 70 e nei primi anni 80 hanno applicato le lezioni dell'ecologia al futuro della civiltà industriale e raccolto almeno parte delle cattive notizie che ne risultano. Overshoot è stato probabilmente il migliore del gruppo, ma era praticamente garantito che sarebbe sprofondato anche di più degli altri nel buco della memoria. La difficoltà è stata che Catton non si piegava alle mitologie standard che ancora affliggevano qualsiasi tentativo di dare senso al dilemma che ci siamo costruiti da soli, non forniva alcun incoraggiamento a ciò che chiamava “cargoism”, l'affermazione che il progresso della tecnologia ci avrebbe inevitabilmente permesso di avere il nostro pianeta e anche di mangiarcelo senza cadere dall'altra parte della bilancia nel tipo di sogno ad occhi aperti apocalittico che Hollywood ama rappresentare in brutti film. Piuttosto, con calma, freschezza, prosa riflessiva, ha spiegato come la civiltà industriale si stesse tagliando la gola da sola, come fossimo già andati ben oltre il punto di non ritorno e cosa si dovesse fare per salvare qualcosa dal naufragio in arrivo.

Come ho osservato in un post qui nel 2011, ho avuto la fortuna di incontrare Catton ad una conferenza ASPO e ho cercato di fargli capire quanto sia stato importante il suo libro per me. Ho fatto del mio meglio per non comportarmi come un fan quattordicenne che incontra una rock star, ma non ho idea se ci sono riuscito. Abbiamo parlato per 15 minuti a cena, era molto carino. Poi le cose sono andate avanti, ognuno ha lasciato la conferenza e proseguito con la propria vita e ora se ne è andato. Come dice una vecchia canzone, è così che va.

C'è molto altro che si potrebbe dire su William Catton, ma probabilmente il compito dovrebbe essere lasciato a qualcuno che conosceva l'uomo come insegnante, come studioso e come essere umano. Non è il mio caso. Eccetto per quella conversazione di 15 minuti, lo conoscevo soltanto come la mente che stava dietro ad uno dei libri che mi avevano aiutato a dare un senso al mondo e che mi ha fatto continuare nel lungo viaggio nel deserto dell'era Reagan, quando gran parte di coloro che affermavano di essere ambientalisti nel decennio precedente hanno incassato i propri ideali ed agitato il mito cornucopiano come scusa per tale atto. Quindi invito tutti miei lettori che non lo abbiano già fatto a leggere Overshoot il più presto possibile, anche se dovessero arrampicarsi a mani e ginocchia nude su un impianto per il fracking abbandonato per averne una copia. Detto questo, mi piacerebbe procedere nel tipo di tributo che credo avrebbe apprezzato di più: un tentativo di portare alcune delle sue idee più avanti di quanto non abbia fatto lui.

Il nocciolo di Overshoot, che è anche il nocciolo dell'intero mondo della tecnologia appropriata e delle alternative verdi alle quali è stato sparato in testa e che sono state gettate in una tomba senza nome negli anni di Reagan, è il riconoscimento che i principi dell'ecologia si applicano alla società industriale tanto quanto si applicano ad altre comunità di cose viventi. E' strano, tutto considerato, che questa sia una proposta così controversa. La maggior parte di noi non ha problemi ad afferrare che il fatto che la legge di gravità condiziona gli esseri umani allo stesso modo in cui condiziona le pietre, la maggior parte di noi capisce che altre leggi della natura si applicano realmente a noi, ma pochissimi di noi sembrano essere incapaci di estendere lo stesso ragionamento sensato ad una serie particolare di leggi, quelle che governano il modo in cui le cose viventi si relazionano al loro ambiente.

Se le persone trattassero la gravità allo stesso modo in cui trattano l'ecologia, si potrebbe visitare un sito web di notizie ogni giorno della settimana e leggere qualcuno che insiste con faccia tosta che mentre è vero che le pietre cadono quando vengono lasciate, ma gli esseri umani no - , no no, gli esseri umani vanno dritti verso l'alto e chiunque la pensi diversamente è sbaglia in modo così ovvio che non vale nemmeno la pena discuterci. Questo livello di assurdità appare ogni singolo giorno nei media americani ed anche nelle conversazioni ordinarie, ogni qualvolta escono fuori questioni ecologiche. Suggerite che un pianeta finito contiene per definizione una quantità finita di combustibili fossili, che buttare miliardi di tonnellate di rifiuti gassosi nell'aria ogni singolo anno per secoli potrebbe cambiare il modo in cui l'atmosfera trattiene il calore, o che la legge dei ritorni decrescenti potrebbe applicarsi alla tecnologia allo stesso modo in cui si applica a tutto il resto, e praticamente potete contare sul fatto che verrete azzittiti da coloro che, per quello che torna loro comodo, potrebbero anche credere che il mondo sia piatto.

Eppure, come parte del viaggio in corso nell'indicibile in cui questo blog è attualmente impegnato, mi piacerebbe proporre che, di fatto, le società umane sono soggette alle leggi dell'ecologia come lo sono ad ogni dimensione della legge naturale. Questo atto di eresia intellettuale implica certe conclusioni che sono fortemente sgradite in gran parte dei circoli proprio ora. Eppure, come i miei lettori assidui avranno notato da tempo, questo è solo uno dei servizi che offre questo blog.

Cominciamo dai fondamentali. Ogni ecosistema, in termini termodinamici, è un processo tramite il quale l'energia relativamente concentrata viene dispersa in calore di fondo diffuso. Qui sulla Terra, perlomeno, l'energia concentrata proviene prevalentemente dal Sole, sotto forma di radiazione solare – ci sono alcuni ecosistemi, nelle profondità dell'oceano e sottoterra, che prendono invece l'energia dalle reazioni chimiche alimentate dal calore interno della Terra. Ilya Prigogine ha mostrato qualche decennio prima che il flusso di energia in un sistema di questo genere tende ad aumentare la complessità del sistema stesso. Jeremy England, un fisico del MIT, ha recentemente mostrato che lo stesso processo rappresenta perfettamente l'origine della vita stessa. Il flusso costante di energia dalla fonte al pozzo è il fondamento su cui si basa tutto il resto.

La complessità del sistema, a sua volta, è limitata dal tasso al quale l'energia scorre nel sistema stesso e questo a sua volta dipende dalla differenza di concentrazione fra l'energia che entra  nel sistema, da un lato, e lo sfondo in cui il calore di scarto si diffonde quando lascia il sistema, dall'altro. Non dovrebbe essere un concetto difficile da afferrare. Non solo è termodinamica di base, è fisica di base – equivale esattamente, infatti, a sottolineare che che il tasso al quale scorre l'acqua in ogni sezione a flusso dipende dalla differenza di altezza fra il luogo dove scorre l'acqua all'interno di quella sezione e il posto in cui fuoriesce.

Semplice com'è, è un punto che un numero impressionante di persone – comprese alcune che sono scientificamente allitterate – di solito non afferra. Un po' di tempo fa su questo blog, per esempio, ho osservato che le ragioni centrali per cui non si può alimentare una moderna civiltà industriale con l'energia solare è che la luce solare è relativamente diffusa come fonte di energia, in confronto all'energia estremamente concentrata che otteniamo dai combustibili fossili. Sento ancora sproloqui da parte di persone che insistono che questa sia una sciocchezza assoluta, visto che i fotoni hanno esattamente la stessa quantità di energia che avevano quando hanno lasciato il Sole. Noterete, però che se questa fosse la sola variabile che importava; Nettuno sarebbe caldo come Mercurio, visto che i fotoni che colpiscono un pianeta costituiscono in media lo stesso colpo energetico di quelli che colpiscono l'altro.

E' difficile pensare ad un esempio migliore della cecità nei confronti dei sistemi complessivi che sia pandemica nella cultura odierna dello smanettone. Ovviamente, la differenza fra le temperature di Nettuno e quelle di Mercurio non è una funzione dell'energia dei singoli fotoni che colpiscono i due mondi, è una funzione di una differente concentrazione di fotoni – il loro numero, diciamo, che colpisce un metro quadro della superficie di ognuno dei pianeti. Questa è anche una delle due cifre che contano quando parliamo di energia solari qui sulla Terra. L'altra? E' il calore di sottofondo in cui si disperde il calore di scarto quando il sistema, ecologico o solare, ha finito con esso. Su scala più ampia, questo è lo spazio profondo, ma gli ecosistemi non incanalano il loro calore di scarto diritto in orbita, sapete. Piuttosto, lo diffondono nella temperatura dell'ambiente a qualsiasi altezza al di sopra o al di sotto del livello del mare e a qualsiasi latitudine più vicina o più lontana dall'equatore capita che si trovi – e siccome è scaldata dal Sole, a sua volta, la differenza fra le concentrazioni in ingresso e in uscita non è molto sostanziosa.

La natura ha fatto cose sorprendenti con quella differenza di concentrazione molto modesta. Le persone che insistono che la fotosintesi sia terribilmente inefficiente, e che naturalmente possiamo aumentare la sua efficienza, stanno trascurando un punto cruciale: Qualcosa come metà dell'energia che raggiunge le foglie di una pianta verde dal Sole viene messa al lavoro sollevando l'acqua dalle radici attraverso una forma ingegnosa di pompaggio ad evaporazione in cui l'acqua risucchiata attraverso i pori delle foglie come vapore pompa più acqua attraverso una rete di piccoli tubicini negli steli della pianta. Un'altra piccola percentuale va nella produzione di zuccheri per fotosintesi e in un numero di processi minori, come le reazioni chimiche fanno maturare i frutti, dipendo anche in qualche misura dalla luce o dal calore provenienti dal Sole. Detto tutto ciò, una pianta verde probabilmente è quasi efficiente, nel suo uso di energia solare, quanto le leggi della termodinamica glielo permetteranno.

Inoltre, gli ecosistemi della Terra prendono l'energia che scorre nei motori verdi della vita della pianta e la mettono al lavoro in una straordinaria diversità di modi. L'acqua pompata in aria da ciò che i botanici chiamano evapotraspirazione – cioè il pompaggio di evaporazione che ho menzionato poco fa – gioca ruoli cruciali nei cicli dall'acqua locali, regionali e globali. La produzione di zuccheri per immagazzinare energia solare in forma chimica innesca una serie di cambiamenti ancora più intricata, man mano che le cellule della pianta vengono mangiate da qualcosa, che viene mangiato da qualcosa e così via attraverso la danza vivace ma precisa della rete alimentare. Alla fine tutta l'energia che la pianta originale ha raccolto dal Sole si trasforma in calore diffuso di scarto e permea lentamente l'atmosfera verso il suo destino finale, riscaldando qualche angolo dello spazio profondo leggermente al di sopra dello zero, ma prima di arrivarci, di solito ha fatto un lungo viaggio.

Detto questo, ci sono limiti massimi solidi alla complessità dell'ecosistema che questi processi intricati possono sostenere. Potete capirlo abbastanza chiaramente paragonando una foresta pluviale tropicale a un tundra polare. I due ambienti potrebbero ricevere una quantità di precipitazioni quasi uguale nel corso dell'anno, potrebbero avere una disponibilità ugualmente ricca o povera di nutrienti nel suolo, ma anche così, la foresta pluviale tropicale può facilmente sostenere 15-20.000 specie di piante ed animali, mentre la tundra sarà fortunata se ne sosterrà poche centinaia. Perché La stessa ragione per cui Mercurio è più caldo di Nettuno: il tasso al quale i fotoni arrivano dal Sole in ciascun posto per metro quadrato di superficie.

Vicino all'equatore, i raggi del Sole arrivano quasi verticalmente. Vicino ai poli, visto che la Terra è rotonda, i raggi del Sole entrano con un angolo acuto e vengono così diffusi in una superficie maggiore. La temperatura ambiente è parecchio più alta nella foresta pluviale che nella tundra, ma siccome il grande motore di calore che chiamiamo atmosfera pompa calore dall'equatore ai poli, la differenza di temperatura ambiente non è grande quanto la differenza di input solare per metro cubo. Così gli ecosistemi vicini all'equatore hanno una più grande differenza di concentrazione di energia fra ingresso e uscita di quelli vicini ai poli e la complessità dei due sistemi varia di conseguenza.

Tutto ciò dovrebbe essere un sapere comune. Naturalmente non lo è, perché le nozioni di educazione del mondo industriale ignorano costantemente ciò che William Catton chiamava “i processi che contano” - cioè, le leggi fondamentali dell'ecologia che inquadrano la nostra esistenza su questo pianeta – e affrontano un gran numero di questi soggetti che finiscono nel curriculum in modi che incoraggiano l'ignoranza più imbarazzante sui processi naturali che ci tengono tutti in vita. Fra poco, discuteremo questo più in dettaglio. Per adesso, comunque, voglio raccogliere questi punti appena sollevati ed applicarli sistematicamente, più o meno nel modo in cui lo ha fatto Catton, al dilemma della civiltà industriale.

Una società umana in un ecosistema. Come qualsiasi altro ecosistema, esso dipende per la sua esistenza dai flussi di energia e, come in qualsiasi altro ecosistema, il limite massimo della sua complessità dipende alla fine dalla differenza di concentrazione fra energia che entra e lo sfondo in cui si disperde il calore di scarto. (Quest'ultimo punto è un corollario della Legge di White, uno dei principi fondamentali dell'ecologia umana, che dice che lo sviluppo economico di una società è direttamente proporzionale al suo consumo di energia pro capite). Fino all'inizio della rivoluzione industriale, quel limite massimo non era molto più alto del limite della complessità in altri ecosistemi, visto che gli ecosistemi umani prendevano gran parte della loro energia dalla stessa fonte dei non umani: i raggi del Sole che giungono alle piante verdi. Man mano che gli esseri umano hanno capito come sfruttare altri flussi di energia solare – energia eolica per alimentare mulini a vento e muovere navi sui mari, energia idrica per far girare mulini e così via – il limite massimo si è innalzato, ma non di molto.

Le scoperte che hanno reso possibile trasformare i combustibili fossili in energia meccanica ha trasformato l'equazione completamente. I processi geologici che hanno immagazzinato mezzo miliardo di anni di raggi solari in carbone, petrolio e gas naturale hanno aumentato la concentrazione di ingressi di energia disponibili alle società industriali di un fattore quasi inimmaginabile, senza scaldare la temperatura ambiente del pianeta se non di pochi gradi, e gli enormi differenziali di concentrazione di energia che ne sono risultati hanno alimentato un aumento altrettanto inimmaginabile della complessità. Scegliete la misura della complessità che preferite – numero di distinte categorie occupazionali, numero medio di esserei umani impegnati nella produzione, distribuzione e consumo di ogni dato bene o servizio, o quello che volete – e sulla scia della rivoluzione industriale, questa è andata fuori scala. Termodinamicamente, è esattamente ciò che ci si aspetterebbe.

La differenza di concentrazione di energia fra ingresso e uscita, vale la pena di ripeterlo, definisce il limite massimo di complessità. Altre variabili determinano se il sistema in questione raggiungerà o no il limite massimo. Negli ecosistemi che chiamiamo società umane, la conoscenza è una di quelle variabili. Se avete una fonte di energia altamente concentrata e non sapete ancora come usarla efficientemente, la vostra società non diventerà complessa come invece potrebbe. Nei tre secoli di industrializzazione, di conseguenza, la produzione di conoscenza utile è stata una strategia vincente, poiché ha permesso alle società industriali di di crescere costantemente fino al limite massimo della complessità definito dalla concentrazione differenziale. Il limite non è mai stato raggiunto – le legge dei ritorni decrescenti lo ha verificato – e quindi, inevitabilmente, le società industriali hanno finito per credere che la conoscenza da sola fosse in grado di aumentare la complessità dell'ecosistema umano. Visto che non c'è un limite massimo alla conoscenza, a sua volta, questo sistema di credenze ha alimentato ciò che Catton chiamava mito cornucopiano, l'illusione che ci sarebbero sempre state abbastanza risorse se solo la riserva di conoscenza aumentasse abbastanza rapidamente.

Questa credenza è sembrata però funzionare soltanto finché la concentrazione differenziale fra ingresso e sfondo è rimasta molto alta. Una volta che i combustibili fossili facilmente accessibili hanno iniziato a diventare scarsi, e si sono dovute investire sempre più energia ed altre risorse nell'estrazione di quanto è rimasto, i problemi hanno iniziato a saltar fuori. Le sabbie bituminose e gli scisti petroliferi nella loro forma naturale non sono concentrati come fonte energetica come il petrolio greggio leggero – una volta raffinati, certo, le differenze sono minime, ma un'analisi del sistema complessivo della concentrazione di energia deve cominciare nel momento in cui ogni fonte di energia entra nel sistema. Prendete una iarda cubica di sabbie bituminose appena estratta dalla miniera, con ancora la sabbia dentro, o una iarda cubica di scisto petrolifero con petrolio ancora intrappolato nella roccia ed avrete semplicemente ottenuto meno energia per unità di volume di quanta ne avreste ottenuta se aveste una iarda cubica di petrolio greggio leggero appena uscito dal pozzo, o anche una iarda cubica di arenaria permeabile con il petrolio greggio leggero che trasuda da ogni poro.

E' un atto di fede nella cultura contemporanea che tali differenze non contino, ma questo è solo un altro aspetto del nostro mito cornucopiano. L'energia necessaria per estrarre la sabbia dalle sabbie bituminose o il petrolio dallo scisto deve venire da qualche parte e quell'energia, a sua volta, non è disponibile per altri usi. Il risultato, comunque la si rigiri concettualmente, è che il limite massimo della complessità comincia a scendere. Ciò suon astratto, ma aggiunge una grande quantità di miseria molto concreta, perché come già osservato, la complessità di una società determina cose come il numero delle diverse specializzazioni occupazionali che può sostenere, il numero di impiegati che sono impegnati nella produzione e distribuzione di un dato bene o servizio e così via. C'è una definizione adatta per una contrazione costante nella usuali misure della complessità in un ecosistema umano: “depressione economica”.

I problemi economici che stanno scuotendo il mondo industriale sempre più spesso in questi giorni, in altre parole, sono sintomi di un disastroso disallineamento fra il livello di complessità che la nostra concentrazione differenziale può sostenere e il livello di complessità che le nostre ideologie predilette insistono che dovremo avere. Quando queste due cose si scontrano, non c'è dubbio su quale delle due vincerà. Aumentare la nostra riserva di conoscenza non cambierà il risultato, visto che la conoscenza è una condizione necessaria all'espansione economica ma non una sufficiente: se il limite massimo della complessità stabilito dalle leggi della termodinamica scende al di sotto del livello che la vostra base di conoscenza altrimenti sosterrebbe, ulteriori aggiunte alla base di conoscenza semplicemente significano che ci sarà un numero crescente di cose che le persone sanno come fare in teoria, ma che nessuno ha le risorse per fare nella pratica.

La conoscenza, in altre parole, non è una bacchetta magica, un surrogato del Messia o una fonte di miracoli. Può aprire la strada per sfruttare con più efficienza l'energia e può capire come usare le risorse energetiche che prima non venivano usate affatto. Ma non può creare energia dal nulla. Anche se le risorse energetiche ci sono, per quel che vale, se altri fattori impediscono che vengano usate, la conoscenza di come potrebbero essere usate non è una consolazione – piuttosto il contrario.

Il secondo punto, penso, riassume la tragedia della carriera di William Catton. Lui sapeva, e poteva spiegare con grande chiarezza, perché l'industrialismo avrebbe causato la sua stessa caduta e quello che si poteva fare per salvare qualcosa da questo naufragio. Quella conoscenza, tuttavia, non era sufficiente a far accadere le cose, solo poche persone hanno ascoltato, la maggioranza si è tappata le orecchie ed ha cominciato a cantare “La la la, non ti sento” una volta che Reagan lo ha reso di moda e le azioni che avrebbero potuto risparmiare a tutti noi una grande quantità di miseria non sono mai avvenute. Quando gli parlai nel 2011, Catton era perfettamente consapevole che il lavoro della sua vita non aveva fatto essenzialmente niente per allontanare la società industriale dalla sua corsa verso l'abisso. Questa dev'essere una cosa amara da contemplare nelle ultime ore di vita e spero che i suoi pensieri si siano rivolti a qualcos'altro il mese scorso, quando la notte è alla fine scesa.


29 commenti:

  1. grazie per il post Maxrupo

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  2. Se n'è andato un filosofo vero e un profeta.
    Non di certo un visionario menagramo, come qualcuno potrebbe pensare leggendo questo post riassuntivo
    della carriera scientifica e umana di questo grande ecologo.
    Tuttavia credo che esistano scenari drammatici, certamente, ma che potrebbero ancora realizzarsi per evitare quelli apocalittici, cataclismatici, catastrofici, tutte parole di cui bisognerebbe conoscere a fondo l'etimologia prima di adoperarle a sproposito.
    Anche la parola "abisso" è da usare con cautela perchè implica un vertice una vetta dalla quale guardare in basso.
    Un solo quarto di secondo mi ha separato l'altro ieri da una morte certa.
    Che giungeva a bordo di un imbecille che ha effettuato un sorpasso vietato, azzardato e a gran velocità in una zona a traffico regolamentato.
    La mia anzianotta vettura ha avuto la peggio, anche se è ancora in prognosi riservata.
    Forse non abbiamo più neanche un quarto di decennio per decidere se vogliamo darci un ingresso a scenari almeno salvifici, o preferire scaraventarci nell'abisso che William Catton ha così chiaramente descritto.
    Mi preparo a contemplare cose amare, ma cerco d'agire per farne di dolci.

    Marco Sclarandis

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    1. non ho ancora capito se noi,singoli esseri umani, possiamo cambiare gli eventi,o se dipende tutto da "altri",mi piacerebbe che le mie azioni servissero a qualcosa,ma a volte penso di no.Insomma,se riciclo,se uso pochissimo l'auto,se risparmio sul riscaldamento,se non vado in crociera ecc..,serve a qualcosa? o è come togliere dalla barca secchi di acqua,mentre ne entrano tonnellate? mi sento confusa.

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    2. Signora confusa, se nessuno facesse come intende fare, o fa lei, allora le tonnellate d'acqua imbarcata diverrebbero una falla irreparabile.
      Se tutti dessero il loro aiuto a toglierla a secchiate allora è forse possibile evitare il naufragio.
      Lo stato in cui ci troviamo è unico nel suo genere in tutta la storia umana.
      E' talmente unico che è quasi impossibile da confrontare con situazioni passate.
      Io ritengo che per uscire dalla confusione basti decidere da quale parte stare ed agire di conseguenza.
      Quindi stare con un vecchio mondo che comincia a provare l'agonia definitiva o con un nuovo che è ancora nell'infanzia.
      Siamo come nel settembre del 1939.
      Solo che gli invasi non sono i polacchi ma siamo noi stessi che ci siamo lasciati invadere da idee assurde sulla nostra supremazia fra gli esseri viventi sul lla Terra.
      Non c'è più niente da fare?
      E' meglio darsi alle ultime gozzoviglie prima dello sfacelo definitivo?
      Ognuno per sè e Dio per tutti, chi ci crede?
      Se uno si aspetta che sia qualcun altro a rispondergli senza cercare di rispondersi da solo è facile che venga trascinato dove non vorrebbe andare.
      Io mi sono risposto già da tempo con un "Sì serve". Comunque.
      Ma questo è una risposta ad un commento, non un post intero.

      Un saluto, Marco Sclarandis.

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    3. Cara signora Anonima,
      quello che lei può fare è solo cercare d'inquinare il meno possibile.
      La qualità della vita sarà migliore per tutti.

      Invece, per quanto riguarda il consumo di risorse energetiche e naturali; per quelle, NON cambia niente!
      Perché è il suo reddito che determina il suo consumo, e non come li spende.
      Perché se ha un reddito, i soldi che risparmia non usando l'auto e non andando in crociera, li spenderà in un altro settore.

      Alla fine, se lei volesse consumare meno, dovrebbe o guadagnare meno, oppure non spendere buona parte di quello che guadagna, ne ora e ne mai! (e allora che lo ha guadagnato a fare?!).

      Queste sono le tristi realtà che non molti riescono a comprendere, divulgando consigli che alla fine risultano poco efficaci (a parte l'inquinamento).

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    4. Bisogna capirsi. Uno stile di vita veramente sostenibile sarebbe probabilmente uno stile di vita agricolo, basato su risorse rinnovabili come il legno, il foraggio e quel po' di energia idraulica ed eolica che sia possibile mettere a profitto con risorse limitate. Praticamente uno stile di vita primo-ottocentesco con qualche aggiornamento tecnico/scientifico; una vita in cui avere la pagnotta, in senso letterale, sarebbe la prima preoccupazione, acqua corrente in casa solo per i ricchi, bambini che muoiono per quelle che sono per noi delle cretinate e così via.
      Forse, ma molto forse sarebbe possibile tenere in piedi un qualche tipo di società tecnologicamente avanzata usando le rinnovabili moderne. Ma non è sicuro che possa funzionare e sarebbe molto più spartana dell'attuale, niente automobili individuali di sicuro.
      In entrambi i casi non funzionerebbe comunque per sette miliardi.

      Indubbiamente se la popolazione mondiale si svegliasse domattina e decidesse di fare il possibile, si potrebbe combinare qualcosa, anche se comunque il traguardo non sarebe piacevole per l'occidentale medio.. Le azioni del singolo isolato qui e lì hanno ovviamente un impatto simbolico. Comunque nessuno è obbligato a consumare tot, personalmente non spendo una buona fetta del mio stipendio anche se in termini pratici le risorse che non consumo io le consumerà qualche cinese o chi per lui (e con il sistema attuale consumi più bassi significano licenziamenti etc.).

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    5. grazie per avermi dato il vostro parere,in fondo anche madre Teresa diceva che quel che faceva lei era una goccia nell'oceano, ma era importante ci fosse.

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  3. Io non solo lo ho letto, ma lo ho anche fatto leggere ai miei figli perché è un eccellente compendio di ecologia per non-ecologi.

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    1. Jacopo,
      sarei felice di capire ciò che dice l'articolo, l'ho letto tutto, di mattina quando la mia mente è più sveglia ed attenta, ma ci ho capito quasi niente.
      Non ho capito il punto centrale.
      Non ho la preparazione di un ecologo professionista.
      Frustrato.

      Gianni Tiziano

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    2. RIassunto: la ricchezza e la funzionalita' di una societa' come la nostra dipende da quanta energia abbiamo. Non appena comincia a calare, la societa' inizia a pedere colpi. Non basta sapere "come" fare le cose (scienza e tecnologia), bisogna "avere" l'energia da parte per farlo. Con il declino irreversibile del petrolio, abbiamo due opzioni: o troviamo una sorgente di energia migliore del petrolio dal punto di vista di usabilita' e concentrazione energetica iniziale, o dobbiamo declinare. Dato che non sembra che esista oggettivamente qualcosa di meglio del petrolio, dobbiamo scegliere tra declinare ordinatamente, o disordinatamente. Pare che stiamo scegliendo l'ultima opzione, essenzialmente perche' odiamo le cattive notizie e preferiamo pensare che siano sbagliate, piuttosto che affrontare realta' scomode.

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    3. Pierluigi, grazie.

      Gianni Tiziano

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  4. post molto illuminante e interessante;
    c'è solo un particolare che non riesco a capire, nonostante i molti post che ne parlano, a partire da questo http://ugobardi.blogspot.it/2013/12/francois-roddier-oltre-leffetto-regina.html;

    Il testo dice: "Ogni ecosistema, in termini termodinamici, è un processo tramite il quale l'energia relativamente concentrata viene dispersa in calore di fondo diffuso."
    come mai gli ecosistemi sono considerati dei dispersori di energia?
    a me sembra che se non ci fosse la Vita, l'energia in ingresso sul pianeta Terra si disperderebbe nello spazio come calore molto più in fretta che in sua assenza, per cui è vero che alla fine l'energia viene dispersa, ma considerare un ecosistema un dispersore di energia mi sembra come considerare una diga un sistema che spreca acqua solo perchè quando è piena ha un suo deflusso (che equivale al flusso in entrata);

    in fondo lo dice l'autore stesso: "la luce solare è relativamente diffusa come fonte di energia, in confronto all'energia estremamente concentrata che otteniamo dai combustibili fossili".
    quella dei combustibili fossili è energia solare immagazzinata, non dispersa!
    e i combustibili fossili derivano da processi vitali precedenti!
    ma se anche non avessimo idrocarburi fossili, ci sarebbero comunque i corpi a bassa entropia di tutti i viventi, l'energia chimica immagazzinata per esempio nella legna, energia che se lì non fosse sarebbe finita, in media, in tempi più brevi nello spazio profondo; c'è l'informazione del DNA, dei comportamenti delle varie specie animali.. ecc.. tutte queste sono forme di energia!

    comprendo il discorso della complessità che aumenta mano a mano che aumenta il flusso di energia, ma il fatto che un ecosistema sia un sistema disperdente onestamente no!

    mi sfugge qualcosa?

    Guido Massaro

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    1. Guido, funziona così. E' il principio della massima produzione di entropia. Se non ci fosse la vita, l'albedo planetario sarebbe più alto e il pianeta immagazzinerebbe meno energia. Per cui, la dispersione di entropia sarebbe più bassa.

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    2. Questa è bella Ugo. Potremmo fabular del fatto che Venere, la stella del mattino, ha un albedo circa doppio rispetto alla Terra :o))))

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  5. io continuo a non capire.. so de coccio..
    ma il fatto che con la Vita si immagazzini più energia non è il contrario di dire che la disperde? che è quello che si afferma?
    boh.. comunque non ci perda più tempo, ognuno ha i suoi limiti e forse qui il mio cervello ha trovato il suo..
    grazie del tentativo

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    1. Effettivamente è una cosa abbastanza complessa. Devo essere anch'io abbastanza di coccio, perché mi ci è voluto un po' di tempo per capirla - non è intuitivo. Ricordati, comunque, che l'energia si deve conservare, oltre che l'entropia deve disperdersi. Quindi, quello che immagazzini, prima o poi lo devi rilasciare. E' lì il trucco!

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    2. "Quindi, quello che immagazzini, prima o poi lo devi rilasciare."

      E' proprio questo il nocciolo della questione, no?

      Prima o DOPO (o "di lato", in un'ottica di equivalenza spazio/tempo).

      La specie umana avrebbe potuto essere un elemento antientropico tempo/spaziale "locale", nella misura in cui fosse riuscita a "rimodulare" in modo più funzionale, per se stessa e per il pianeta tutto, il rilascio entropico.

      Non ci siamo riusciti: la natura dello scorpione si è rilevata un metalivello immodificabile.

      Peccato.

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  6. Grazie Ugo e complimenti a Marco per aver schivato quel pazzo, spero almeno che paghi i danni.
    Dolci, salati o amari, dipende solo da noi, non possiamo negare questa cruda e molto spesso triste realtà.
    Sarebbe tutto più facile avere fede cieca, per cui .... forse val la pena farci un pensieri che ne dite?:-) Buonanotte Giovanni.

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  7. forse ho capito! in pratica la Vita e gli ecosistemi sono sistemi che senza energia muoiono, e più ne hanno più se ne nutrono, diventando via via più complessi; poi poichè nulla si crea o distrugge, quella Energia che utilizzano alla fine sarà dispersa; in pratica ne sono attraversati e la utilizzano per creare ordine e sempre maggiore complessità nella loro struttura, credo di aver capito.
    grazie!

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  8. Ho capito poco dell'articolo, riguardo l'energia, purtroppo.
    Ho i miei limiti.
    .----
    Mi vorrei soffermare sul titolo del libro, OVERSHOOT.
    Google traduttore mi dà : overshoot = andare oltre.
    A livello intuitivo, e conseguentemente alla massa di indizi di cui sono spettatore, concordo 100 % con William R. Catton Jr., siamo in OVERSHOOT (=Siamo andati oltre).
    "Siamo andati oltre", come il Vilcoyote dei cartoni animati, quando è andato oltre il precipizio.
    Ancora il genere umano non si è accorto che siamo sospesi in modo estremamente pericoloso sul vuoto.
    Siamo oltre e pochi di noi se ne rendono conto.
    Con l'attuale BAU (Business As Usual), la caduta è inevitabile, e non sarà solo un puff di polvere sul fondo : sarà (è) la "sesta estinzione di massa".
    Dobbiamo rinunciare al BAU, se vogliamo garantire un futuro degno di essere vissuto, alle nuove generazioni.

    Gianni Tiziano

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    3. xMarco:
      "Ma so riconoscere il suono di un violino e so che il calcolo tensoriale è quello che ha permesso ad Albert Einstein di elaborare le sue teorie sul mondo fisico."

      Qualcuno mi potrebbe definire "presuntuoso" altri "saccente", ma una cosa che mi ha insegnato il mio maestro di matematica delle scuole medie è quella di fare Ricerca.
      Ci assegnava dei problemi di matematica per risolvere i quali era necessario apprendere quello che ci avrebbe spiegato dopo.
      Inutile dire che avevo Ottimo in matematica e qualche volta trovavo delle soluzioni corrette che però erano diverse da quelle del prof.

      (I tensori, li potremmo definire come dei semplici vettori nel tempo.)
      Io, invece, cerco di dimostrare che Einstein si sbagliava nell'interpretazione di alcuni fenomeni... pur restando corrette alcune leggi.

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    4. Gianni Tiziano, come dalla filastrocca "il volume della sfera qual'è, quattroterzi pigreco erre tre" * ,si ricava il volume della Terra che è sempre una sfera se pur approssimata, e da questo volume e poche altre conoscenze si possono ricavare altre conoscenze ancora, come il fatto che la Terra abbia ancora una atmosfera mentre la Luna no, e Marte una molto rarefatta.
      E questo perchè il volume d'un pianeta, insieme alla sua composizine chimica determinano la sua attrazione gravitazionale e questa a sua volta determina la possibilità di mantenere a lungo una atmosfera di qualche genere.
      Allo stesso modo dalle tre, anzi quattro, leggi della termodinamica si possono ricavare a cascata tante altre conoscenze e conseguenze.
      Una di queste, è che essendo praticamente impossibile almeno riferendosi al sistema solare, convertire completamente e reversibilmente materia ed energia l'una nell'altra.Questo implica che la complessità in un punto del sistema solare, e quel punto è la Terra, possa aumentare, ma non illimitatamente.Quanto esteso sia questo limite è difficilissimo calcolarlo.
      Forse è impossibile, ma per motivi che hanno a che fare con la struttura matematica dell'universo intero.
      Per esempio, il ferro è un elemento molto speciale dal punto di vista nucleare, come lo è il carbonio, ma qui mi fermo perchè questo non è un post ma un commento ad un post.
      Aggiungo solo che una biosfera fondata sulle proprietà del silicio, invece che del carbonio, potrebbe anche esistere, ma per ora a immaginarcela nei dettagli non ci siamo ancora riusciti.
      Purtroppo il Nostro Divulgatore Nazional-Popolare ormai ottuagenario non è mai andato oltre un certo livello di divulgazione scientifica e i risultati sono che esistono migliaia di persone se non milioni, in Italia, che vedono la scienza come una strana forma di magia invece che un'arte raffinatissima che in linea di principio può praticare chiunque vi dedichi abbastanta tempo impegno e passione.
      Tutto ciò non è una passeggiata scientico-intellettuale da Pasquetta fuori porta.

      Ma capire per sommi capi come stanno le cose in Natura è possibile.
      Non bisogna avere l'idolatria per l' "esperto" o il Premio Nobel. Segue..................

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    5. il seguito........
      Ma pure non farsi incantare dal primo pifferaio magico o dal divulgatore pauroso di annoiare o di spaventare il pubblico con una discesa o salita verso gli abissi e le vette della scienza.
      E' chiaro che bisogna ragionare e anche ragionare bene, che vuol dire ragionare a proposito.
      Un ragionamento giusto in un ambito sbagliato non dà la soluzione, e viceversa.
      Servono pure i ragionamenti sbagliati, ma alla fine ciò che è possibile conoscere lo si viene a conoscere.Wolgang Pauli, buonanima e mente di perfido acume oltre che sommo fisico premiato col Nobel, si dilettava a dileggiare gli studenti troppo saccenti con la frase: Giovanotto, la sua teoria non è NEANCHE SBAGLIATA.
      Siamo in un momento dove la complessità della rete dei viventi cioè della biosfera, che include l'antroposfera e non viceversa come s'illudono certi economisti stupidi od ottusi, è giunta ad un vertice massimo rispetto al passato, per quanto ne sappiamo.
      Solo noi umani, sulla Terra almeno, e per quanto ne sappiamo, ci chiediamo come siamo fatti perchè siamo fatti così e se non potremmo essere fatti diversamente.
      Se uno vuol credere che domande del genere se le pongano anche le creature più intelligenti non umane, lo creda pure, ma allora metta su un' università per scimpamzè, cani, delfini e anche polipi e corvi. Detto ciò, oggi come mai in passato dobbiamo fidarci vicendevolmente perchè è semplicemente impossibile per un individuo conoscere tutto quello che è necessario per vivere in un modo così ulteriormente complesso.
      Un minimo di "paranoia costruttiva" **che chiamerei "euparanoia" cioè la sana paranoia è cosa buona e utile, ma quella pura e semplice è invece un grave disturbo mentale, talmente grave e insidioso da diventare contagioso in massa, come la Storia, quasi inutilmente insegna.

      *http://utenti.quipo.it/base5/geosolid/volsfera.htm

      stupenda dimostrazione matematico fisica della filastrocca.

      **Vedi Jared Diamond - paranoia costruttiva
      (aggiungo, si tratta del "buon sesto senso" che ti dice qualcosa ma senza spiegarti come perchè eccetera eccetera, perchè non c'è il tempo o l'opportunità di farlo.
      Se ascolti questo "buon sesto senso" magari ne hai un grande vantaggio magari una volta su cento, ma non puo trarne una regola certa e assoluta.Appunto, è un comportamento un pochino paranoico, ma per quello che costa e quello che vale, tanto vale averlo.)

      Chiedo perdono per la prolissità ma se per capire il calcolo tensoriale o per suonare il violino occorrono anni di studi, occorrono anni di studi.
      Io non li ho fatti e infatti non so suonare nè il violino e neanche usare il calcolo tensoriale.
      Ma so riconoscere il suono di un violino e so che il calcolo tensoriale è quello che ha permesso ad Albert Einstein
      di elaborare le sue teorie sul mondo fisico.
      Mi accontento.Anzi cerco d'accontentarmi.

      Marco Sclarandis








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    6. Marco, grazie.

      Gianni Tiziano

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  9. Chiaramente, sono in disaccordo con quello che c'è scritto in questo articolo/post.

    Concordo soltanto con il fatto che l'EROEI dei combustibili fossili che man mano si sfrutteranno, saranno sempre più bassi.

    Il resto:
    - massima complessità della società;
    - massima conoscenza gestibile;
    - complessità data dalla massima differenza di energia tra Input e Output.

    Sono tutte sbagliate!

    Più tardi vi descriverò perché sono tutti concetti errati; serve una trattazione abbastanza lunga.

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    1. Ho aggiornato la seguente pagina:
      "Limiti alla crescita"
      http://www.sviluppoerisorse.it/sez_ambiente/crescita.aspx

      in modo da trattare in modo più dettagliato tali problemi.

      Brevemente dico che:
      1) La complessità della società è possibile gestirla grazie a computer sempre più potenti che nei soli ultimi 15 anni hanno aumentato la potenza di ben 33.000 volte e i consumi si sono ridotti di ben 170.000 volte!!

      2) La massima conoscenza gestibile è stata affrontata con la specializzazione delle professioni, ma in futuro verrà gestita da sistemi esperti e di Intelligenza artificiale;

      3) La complessità massima data dalla quantità di energia in input e output è corretta solo a Tecnologia costante. Con i miglioramenti tecnologici permette di aumentare la complessità a consumi costanti.

      Chiaramente, come spiegato nel link indicato, la complessità è gestibile se aumentano i servizi, ma la popolazione rimane costante o cresce molto lentamente.

      Se la popolazione cresce velocemente la complessità diventa ingestibile (esaurimento delle risorse).

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  10. non vi preoccupate che l'entropia immagazzinata nei mln di anni nei fossili verrà liberata il più possibile dall'uomo, perchè è fatto così. Vi chiedete o forse non ve ne frega una minchia, ma non fa lo stesso, perchè Gesù non ritorni un'altra volta a rimettere le cose a posto, a far l'uomo nuovo un'altra volta? La risposta l'ha data Lui stesso, quando ha preannunciato che la sua seconda venuta sarà di giustizia.Che ci sarà quando non sarò più tra voi, quindi auguratevi che campi ancora tanto.

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