Benvenuti nell'era dei ritorni decrescenti


domenica 29 marzo 2015

Il Tao della Liberazione



Il Tao va molto di moda in questi ultimi anni, e per delle buone ragioni. Tanto è vero che io stesso porto spesso con me, mentre viaggio in aereo, una copia del "Tao Te Ching" nella traduzione di Ursula Le Guin. E' un'ottima lettura per l'unico posto rimasto (per ora) libero da Internet: la cabina di un aereo in volo.

Quindi, mi sono avvicinato con un certo interesse a questo libro di Boff e Hathaway, senza spaventarmi troppo delle sue 686 pagine. Devo dire, ne valeva la pena. E' decisamente un bel libro, ben scritto e ben argomentato.

Gli autori del "Tao della Liberazione" si sono presi un bell'impegno a raccontare in un unico testo praticamente la "teoria del tutto" così come la vediamo in questi anni del secolo ventunesimo; passando dalla cosmologia alla teologia, comprendendo l'ecologia e la psicologia. Nessuno dei due è uno scienziato, ma quando hanno affrontato argomenti strettamente scientifici lo hanno fatto correttamente, senza sbavature e senza errori; senza cadere (non troppo, perlomeno) nelle chiacchere vaporose sulla scienza "olistica" e "post-einsteiniana" che fa spesso Fritjof Capra che (purtroppo) firma l'introduzione. Insomma, vale la pena di leggere questo libro per farsi un'idea di tutto quello che passa nella "mente collettiva" umana in questo difficile periodo.

Il problema con questo libro è che, come tanti libri di questo genere, è pieno di esortazioni a fare certe cose. Ma come passiamo dalla teoria alla pratica?

Al momento, intorno a noi, tutti sono pienamente convinti che i guai che stiamo passando siano dovuti agli immigrati e all'Euro  - ne consegue che buttando in mare gli immigrati e tornando alla vecchia lira, tutti i problemi si risolveranno per incanto e vivremo felici e contenti.

Come possiamo contestare un'opinione cosi largamente condivisa? Presentare nel dibattito il concetto di Tao della liberazione, oppure il microcosmo olistico, non è cosa facile, anche se uno ci volesse provare.

Dovremmo trovare il modo di passare dall'esortazione all'azione. Ma come? Qualcuno ha qualche idea?




(h/t Giorgio Mastrorocco)

 

18 commenti:

  1. Ma quale idea?

    Esattamente come nei post precedenti sullo "sportello", per risolvere la maggior parte dei problemi dell'Italia bisognerebbe sterminare gli Italiani per poi ricrearli da capo. Dato che il Dio della Bibbia è parecchi secoli che si astiene dallo scatenare l'apocalisse, non è negli umani poteri cambiare gli Italiani e di conseguenza l'Italia.

    Comunque, a margine, nessuno sano di mente pensa che la immigrazione sia un fenomeno spontaneo, cosi come non è stato spontaneo aderire a tutti i trattati europei, di cui gli Italiani non sanno nulla e che la Costituzione esclude di proposito di potere subordinare alla volontà popolare.

    Quello che ci sta ammazzando però è ancora un problema a monte e cioè il fatto storico che in Italia c'era il maggiore partito comunista dell'Europa Occidentale e il Vaticano. Entrambe le ideologie, essendo universalistiche, vedono nel concetto di "popolo-nazione" una aberrazione (da cui evidente contraddizione con la retorica patriottica-risorgimentale-istituzionale).

    Nei fatti il duopolio comunista-cattolico ha implicato un Paese disfunzionale fondato sulle menzogne e sul voto di scambio, nonché sul catastrofico concetto già accennato del "diritto di tutti a tutto" e più di recente sullo smantellamento degli istituti sociali "tradizionali" in parallelo con la cessione di sovranità a istituzioni "globali" che nelle intenzioni dovrebbero diventare una specie di "governo mondiale" (non sono parole mie ma di Capanna).

    Quindi, credo proprio che la tua idea di "azione" sia un attimo fallata.

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  2. Io ho iniziato a leggere:
    "La via dello Zen"
    Autore: Alan W. Watts
    250 pagine (volevo iniziare con il succo per farmi un'idea).

    E' simile al Tao.
    Insegna a guardare la vita, non in modo discreto (SI, No, SU, giù, ...) ma come un tutt'uno o una sfumatura di tutto. A non ostinarsi a cercare di cambiare le cose per renderle come le vogliamo noi, ma ad accettarle così come sono. A vedere gli Uomini così come sono e al non cercare di sforzarsi per cambiarli per come vorremmo noi.
    Penso che sia un'ottima lettura che apre la mente ed evita che la vita e il mondo, sia percepito solo in modo razionale e concreto.
    ----

    "Dovremmo trovare il modo di passare dall'esortazione all'azione. Ma come? Qualcuno ha qualche idea?"

    Se continuiamo a discutere nella nostra nicchia, (cantarcela e a suonarcela da soli) sarà impossibile.
    Ed è sconsigliabile usare una qualche forma d'imposizione o di rendere ridicola l'opinione altrui.

    Bisogna aprire un dibattito pubblico dove tutte le opinioni vengono ascoltate e, come la costruzione di una casa, posare un mattone alla volta.
    Si affrontano tanti piccoli problemi, si ascoltano tutti e alla fine si raggiunge un punto fermo su quell'argomento (si mette la prima pietra) e si va avanti.
    Chiaramente non tutti i problemi possono essere affrontati dando una soluzione certa e definitiva, ma, in quelle che è possibile, è giusto farlo.
    ---
    Io ero dell'idea di organizzare delle conferenze (si potrebbe anche vedere se si possano fare online), in cui si cercano di affrontare singole tematiche in cui, tutte le varie ipotesi vengono vagliate e analizzate opportunamente, spiegando perché esse sono: certe; possibili, improbabili o impossibili.

    Nei blog ad ogni articolo/post si ri-inizia a parlare d'accapo.
    Bisogna mettere dei punti fermi e da li continuare il cammino; non si può ogni volta ricominciare la strada dall'inizio, così facendo non si arriva da nessuna parte.

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    1. Ho letto giusto poco fa un blog dove si sostiene che l'insegnante, a ragione della sua nobile missione, dopo avere lavorato duramente per circa venti ore la settimana, deve fare tre mesi di ferie per avere il modo di riflettere sulle cose del mondo. Sono gli stessi insegnanti che non tanto tempo fa andavano in pensione prima dei 50 anni. Si si, facciamo un bel dibattito pubblico.

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    2. 20 ore a settimana? 3 mesi di ferie l'anno? Un lavoro così lo vorrebbe chiunque! Ma esiste davvero?
      Qualche conoscente insegnante mi chiede se mi indica le sostanze che le hanno favorito la visione...
      Questa guerra tra poveri favorita dalla propaganda che ogni giorno viene diffusa urbi et orbi, mi ha veramente stancato. Non riesco neppure più a rispondere con battute decenti, come potete leggere. Di problemi la scuola ne ha di ENORMI, ma non si tratta certo del numero di ore di cattedra nè del numero di settimane di ferie degli insegnanti.
      Sono un inguaribile ottimista quindi provo per l'ennesima volta ad argomenfare... 1) quando ho fatto io l'Istituto tecnico, 30 anni fa, avevo in prima superiore 9 materie in 40 ore settimanali (e le materie che non contavano nulla, nella testa di noi studenti erano quelle di 3 ore o meno, religione, ginnastica, biologia e inglese, di modo che per 31 delle 40 ore avevamo le 5 materie "importanti"). Oggi gli studenti di prima di un tecnico industriale hanno 33 ore settimanali con anche 16 insegnanti. Questi adulti, che dovrebbero " insegnare", come possono farlo vedendo gli studenti 1, 2 se va bene 3 ore a settimana? Solo matematica e italiano sono a 4 ore. Ma ci vogliamo prendere in giro? Che c'entrano le settimane di ferie o le ore di cattedra con il fatto che la scuola ora fa schifo? (poi sono d'accordo con la diminuzione delle settimane di non scuola - che nella realtà non sono più di 8, ma senza una riorganizzazione della scuola per farla davvero funzionare è solo demagogia)

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  3. «ne consegue che buttando in mare gli immigrati e tornando alla vecchia lira, tutti i problemi si risolveranno per incanto e vivremo felici e contenti.»

    Un "ne consegue" parecchio debole!
    Gli immigrati, a parte il fatto che vengono utilizzati per tenere bassi gli stipendi di tutti, sono un problema vero, sul quale non ho idee pratiche (se non di averli il più in regola possibile, per non avere in giro un bell'esercito di riserva di disperati da utilizzare alla bisogna). Sull'euro. Ci priva dell'autonomia di politica fiscale, monetaria, quindi industriale. Uscirne non risolverebbe nessun problema, se non quello, enorme, di non avere strumenti per affrontare i problemi.
    Questo post, senza la caduta logica, sarebbe stato interessante....

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  4. Stefano Longagnani, credo che "la caduta logica":

    «ne consegue che buttando in mare gli immigrati e tornando alla vecchia lira, tutti i problemi si risolveranno per incanto e vivremo felici e contenti.»

    sia da intendere in senso volutamente e amaramente ironico.
    Ormai siamo tutti immigrati senza una lira, nella mente di alcune persone che si credono d'essere i soli "Ricchi indigeni".
    Siamo immersi fino al labbro superiore, appena un dito sotto le narici, in una lotta planetaria.
    Il fatto è che il nemico siamo noi stessi, e combatte contro noi stessi
    Potremmo in pratica e non solo in teoria darci una tregua, ma l'inerzia di cui siamo animati è enorme.
    Chi vuole ottenere un armistizio è un santo, anche martire, come sappiamo.
    Ma appunto, mica tutti si votano al sacrificio, anche solo piccolo ed accettabile.
    E quelli che vivono già di enormi rinunce, non è il caso di vessarli ulteriormente.Non sia mai che si diano al "Tanto peggio tanto meglio".

    Il post successivo a questo è ancora più pregante di questo.

    Marco Sclarandis



    Marco Sclarandis

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  5. per quanto riguarda passare dalla teoria alla pratica, ho constatato che in questo blog (mi pare) manchi il fattore femminile - vado a memoria: Ugo, Max, Jacopo, Marco, Alessandro, e poi unUomoinCammino, Stefano, Lorenzo, per tacere Paolo, etc etc. - le donne hanno una maggiore capacità di far accadere il cambiamento. Perchè non frequentano questo blog? sarebbe interessante lanciare questa provocazione, in termini più generali, tramite qualche trasmissione "amica", Scala Mercalli, Geo&Geo (?), etc. mi pare che nell'ultima puntata di Scala Mercalli si parlerà dell'impegno del singolo.

    per quanto riguarda gli immigrati/senzatetto/emarginati, ci vuole un cambiamento culturale e veramente passare da problema a opportunità. quindi non più emarginazione e neppure assistenzialismo come attuato finora, che non affronta l'emarginazione, ma dare opportunità di dignità tramite lavori utili, si direbbe socialmente utili. A Roma, anche raccogliere cartacce - o curare un orto urbano - è un lavoro socialmente utile che restituisce dignità, in cambio all'inizio anche solo di un pasto caldo. Questa tesi è già attuale, e lo sarà ancora di più in futuro, con meno risorse e la necessità di rilanciare l'agricoltura di prossimità, e il lavoro manuale

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    1. Che siano troppo spaventate?

      Marco Sclarandis

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    2. sono d'accordo con "La paura della catastrofe non è un buon metodo quindi" (citazione Alessandro Corradini, commento più sotto)

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  6. Mi chiamo Claudia,ho notato che quelli che commentano sono più o meno sempre gli stessi,forse perchè leggendo i commenti si capisce che sono tutte persone molto preparate,e uno non si sente all'altezza(parlo per me).Però trovo sia importante che esistano luoghi come questo,dove c'è molto da imparare e su cui riflettere,per cui ringrazio tutti i partecipanti,e nel mio piccolo lancio un sassolino a favore di un maggior coinvolgimento delle donne. Claudia Vicinelli

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    1. E' solo un'impressione Claudia, la preparazione che ci servirebbe è d'altro genere.
      Chi commenta di solito qui, sa solo che i guai ai quali stiamo andando incontro non sono ipotetici ed esagerati.E a volte preferirebbe non saperlo nemmeno.
      Ma agendo da subito, nel modo giusto e in massa, possiamo evitarne ancora di peggiori.
      E magari rimediare a quelli in corso, almeno in parte.
      Le donne del mondo stanno cambiando tantissime cose e anche in fretta, ma quelle che hanno molto potere sono ancora succubi di modelli maschili dannosi e presto perdenti.
      Ma lei non s'intimidisca, continui a commentare, è utile comunque.
      In questo blog siamo tutti inguaribili apprendisti.

      Un saluto, Marco Sclarandis.

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    2. è vero quello che dice delle donne,penso al microcredito ad esempio,vengono prestati soldi alle donne,perchè restituiscono sempre ciò che hanno avuto,ma sopratutto investono i soldi per migliorare la loro situazione economica,per i figli. Penso a quella donna di cui non ricordo il nome,che iniziò a piantare alberi,ed ora altre donne lo fanno,con grande successo. Le donne che hanno molto potere,spesso arrivano li proprio perchè si comportano come gli uomini,non deve essere facile. Grazie per l'incoraggiamento. Claudia Vicinelli

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    3. "Le donne che hanno molto potere,spesso arrivano li proprio perchè si comportano come gli uomini,non deve essere facile."

      WATDR, IMHO questa è "discriminazione di ritorno" e perbenismo politically correct di facciata. Le donne che arrivano al potere ci arrivano molto spesso perchè sono degli ***esseri umani*** socio/psicopatici. Il genere non c'entra nulla, e, semmai, sempre IMO obviously, la loro patologia dimostra proprio che essere "str**zi dentro" è un apriori di una specifica categoria trasversale di individui...

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    4. Anonimo1 aprile 2015 11:32,
      se intanto ci spieghi che cosa vuol dire WATDR IMHO ci capiamo tutti meglio.
      (imho so che vuol dire "in my honest opinion" ma WATDR non sono riuscito a trovarlo, non sono così bravo come investrigatore googleiano).
      Poi se ti garba così tanto l'anglitalian, o l'Italenglisch scrivilo pure, ma tutto il tuo commento miasma di inutile puntualizzazione.
      Tutti quegli astrerischi mi paiono superflui.
      Poi scrivere "str**zi dentro" invece che, stronzi dentro e senza virgolette,mi pare
      perbenismo politically correct di facciata, tridistillato due volte.
      Sempre nella mia modestissima opinione, naturalmente.

      Marco Sclarandis

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  7. “Dovremmo trovare il modo di passare dall'esortazione all'azione. Ma come? Qualcuno ha qualche idea?”

    Direi proprio di sì.

    Il punto però è stabilire con precisione cosa voglia dire la domanda. Se la domanda significa “quale espediente meccanico si può escogitare per far fare alla svelta alla gente quel che ora non vuol fare e neppure sentire?”… beh, la risposta è: non esiste.

    Se la domanda vuol dire invece: come si possono motivare le persone a fare quel che occorre, allora la risposta generale è semplice fino all’estremo, ossia: bisogna alimentare l’altruismo, la collaborazione e l’empatia poiché il destino comune è legato a doppio filo a queste abilità umane. Se si vuole passare dalla risposta generale ad una più specifica, le cose si complicano un poco (come sempre). Tuttavia le risposte tecniche (poiché ve ne sono molteplici) sono già state formulate e si trovano racchiuse in decenni di sperimentazioni psicologiche, sociologiche ed ultimamente neuronali.

    Prima di tutto, comunque, si deve sfatare la leggenda metropolitana (che ormai fa parte della cultura popolare) secondo cui l’uomo sarebbe intrinsecamente malvagio, egoista e/o sadico. Decenni di sperimentazione scientifica al riguardo hanno stabilito al di là di ogni ragionevole dubbio che questa visione è completamente falsa. L’uomo è prima di tutto un essere sociale estremamente sensibile al contesto in cui si trova a prendere decisioni. Se cambia il contesto, cambia (anche radicalmente) il suo comportamento.

    Una volta sfatata la favola masochistico-consolatoria secondo cui sarebbe la nostra natura intrinsecamente malvagia ad essere la fonte d’ogni male, le possibili cure sono diverse. Una facile, economica e relativamente rapida da implementare è la seguente:

    https://www.ted.com/talks/matthieu_ricard_how_to_let_altruism_be_your_guide?language=it

    Ma non è l’unica. Ne esistono moltissime altre.
    Comunque sia sono tutte soluzioni che mirano a rendere le persone più forti, più felici, più consapevoli.
    La paura della catastrofe non è un buon metodo quindi. La paura tende a portare alla paralisi, alla fuga oppure alla preparazione ad uno scontro imminente (quindi all’aggressività e alla violenza). Ben venga la consapevolezza dei rischi che corriamo, purché non si conti solo su quelli per motivare correttamente la gente.
    Non si tratta solo “lasciare un briciolo di speranza”, si tratta di affiancare alla consapevolezza dei rischi anche quella della nostra reale natura psico-sociale e neurologica. Come possiamo pensare, infatti, di risolvere un problema senza nemmeno domandarci cosa siamo effettivamente in grado di fare (psicologicamente e socialmente) e cosa abbiamo bisogno per arrivare a quel grado di motivazione?

    Come sempre è più importante porsi le giuste domande prima di affrettarsi nell’ossessione delle giuste risposte.
    Se si sbagliano le domande, anche la migliore delle risposte sarà comunque inutile. Il pragmatismo richiede precisione semantica.
    Ma attenzione: porsi le giuste domande è difficile perché spesso non vogliamo sentire proprio le giuste risposte poiché la paura ci paralizza o ci fa scappare ancor prima che le giuste risposte possano affiorare nella nostra mente con la dovuta chiarezza.

    Semplice non vuol dire facile.

    Saluti

    RispondiElimina
  8. “Dovremmo trovare il modo di passare dall'esortazione all'azione. Ma come? Qualcuno ha qualche idea?”

    Direi proprio di sì.

    Il punto però è stabilire con precisione cosa voglia dire la domanda. Se la domanda significa “quale espediente meccanico si può escogitare per far fare alla svelta alla gente quel che ora non vuol fare e neppure sentire?”… beh, la risposta è: non esiste.

    Se la domanda vuol dire invece: come si possono motivare le persone a fare quel che occorre, allora la risposta generale è semplice fino all’estremo, ossia: bisogna alimentare l’altruismo, la collaborazione e l’empatia poiché il destino comune è legato a doppio filo a queste abilità umane. Se si vuole passare dalla risposta generale ad una più specifica, le cose si complicano un poco (come sempre). Tuttavia le risposte tecniche (poiché ve ne sono molteplici) sono già state formulate e si trovano racchiuse in decenni di sperimentazioni psicologiche, sociologiche ed ultimamente neuronali.

    Prima di tutto, comunque, si deve sfatare la leggenda metropolitana (che ormai fa parte della cultura popolare) secondo cui l’uomo sarebbe intrinsecamente malvagio, egoista e/o sadico. Decenni di sperimentazione scientifica al riguardo hanno stabilito al di là di ogni ragionevole dubbio che questa visione è completamente falsa. L’uomo è prima di tutto un essere sociale estremamente sensibile al contesto in cui si trova a prendere decisioni. Se cambia il contesto, cambia (anche radicalmente) il suo comportamento.

    Una volta sfatata la favola masochistico-consolatoria secondo cui sarebbe la nostra natura intrinsecamente malvagia ad essere la fonte d’ogni male, le possibili cure sono diverse. Una facile, economica e relativamente rapida da implementare è la seguente:

    https://www.ted.com/talks/matthieu_ricard_how_to_let_altruism_be_your_guide?language=it

    Ma non è l’unica. Ne esistono moltissime altre.
    Comunque sia sono tutte soluzioni che mirano a rendere le persone più forti, più felici, più consapevoli.
    La paura della catastrofe non è un buon metodo quindi. La paura tende a portare alla paralisi, alla fuga oppure alla preparazione ad uno scontro imminente (quindi all’aggressività e alla violenza). Ben venga la consapevolezza dei rischi che corriamo, purché non si conti solo su quelli per motivare correttamente la gente.
    Non si tratta solo “lasciare un briciolo di speranza”, si tratta di affiancare alla consapevolezza dei rischi anche quella della nostra reale natura psico-sociale e neurologica. Come possiamo pensare, infatti, di risolvere un problema senza nemmeno domandarci cosa siamo effettivamente in grado di fare (psicologicamente e socialmente) e cosa abbiamo bisogno per arrivare a quel grado di motivazione?

    Come sempre è più importante porsi le giuste domande prima di affrettarsi nell’ossessione delle giuste risposte.
    Se si sbagliano le domande, anche la migliore delle risposte sarà comunque inutile. Il pragmatismo richiede precisione semantica.
    Ma attenzione: porsi le giuste domande è difficile perché spesso non vogliamo sentire proprio le giuste risposte poiché la paura ci paralizza o ci fa scappare ancor prima che le giuste risposte possano affiorare nella nostra mente con la dovuta chiarezza.

    Semplice non vuol dire facile.

    Saluti

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  9. “Dovremmo trovare il modo di passare dall'esortazione all'azione. Ma come? Qualcuno ha qualche idea?”

    Direi proprio di sì.

    Il punto però è stabilire con precisione cosa voglia dire la domanda. Se la domanda significa “quale espediente meccanico si può escogitare per far fare alla svelta alla gente quel che ora non vuol fare e neppure sentire?”… beh, la risposta è: non esiste.

    Se la domanda vuol dire invece: come si possono motivare le persone a fare quel che occorre, allora la risposta generale è semplice fino all’estremo, ossia: bisogna alimentare l’altruismo, la collaborazione e l’empatia poiché il destino comune è legato a doppio filo a queste abilità umane. Se si vuole passare dalla risposta generale ad una più specifica, le cose si complicano un poco (come sempre). Tuttavia le risposte tecniche (poiché ve ne sono molteplici) sono già state formulate e si trovano racchiuse in decenni di sperimentazioni psicologiche, sociologiche ed ultimamente neuronali.

    Prima di tutto, comunque, si deve sfatare la leggenda metropolitana (che ormai fa parte della cultura popolare) secondo cui l’uomo sarebbe intrinsecamente malvagio, egoista e/o sadico. Decenni di sperimentazione scientifica al riguardo hanno stabilito al di là di ogni ragionevole dubbio che questa visione è completamente falsa. L’uomo è prima di tutto un essere sociale estremamente sensibile al contesto in cui si trova a prendere decisioni. Se cambia il contesto, cambia (anche radicalmente) il suo comportamento.

    Una volta sfatata la favola masochistico-consolatoria secondo cui sarebbe la nostra natura intrinsecamente malvagia ad essere la fonte d’ogni male, le possibili cure sono diverse. Una facile, economica e relativamente rapida da implementare è la seguente:

    https://www.ted.com/talks/matthieu_ricard_how_to_let_altruism_be_your_guide?language=it

    Ma non è l’unica. Ne esistono moltissime altre.
    Comunque sia sono tutte soluzioni che mirano a rendere le persone più forti, più felici, più consapevoli.
    La paura della catastrofe non è un buon metodo quindi. La paura tende a portare alla paralisi, alla fuga oppure alla preparazione ad uno scontro imminente (quindi all’aggressività e alla violenza). Ben venga la consapevolezza dei rischi che corriamo, purché non si conti solo su quelli per motivare correttamente la gente.
    Non si tratta solo “lasciare un briciolo di speranza”, si tratta di affiancare alla consapevolezza dei rischi anche quella della nostra reale natura psico-sociale e neurologica. Come possiamo pensare, infatti, di risolvere un problema senza nemmeno domandarci cosa siamo effettivamente in grado di fare (psicologicamente e socialmente) e cosa abbiamo bisogno per arrivare a quel grado di motivazione?

    Come sempre è più importante porsi le giuste domande prima di affrettarsi nell’ossessione delle giuste risposte.
    Se si sbagliano le domande, anche la migliore delle risposte sarà comunque inutile. Il pragmatismo richiede precisione semantica.
    Ma attenzione: porsi le giuste domande è difficile perché spesso non vogliamo sentire proprio le giuste risposte poiché la paura ci paralizza o ci fa scappare ancor prima che le giuste risposte possano affiorare nella nostra mente con la dovuta chiarezza.

    Semplice non vuol dire facile.

    Saluti

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  10. "....porsi le giuste domande è difficile perché spesso non vogliamo sentire proprio le giuste risposte poiché la paura ci paralizza o ci fa scappare ancor prima che le giuste risposte possano affiorare nella nostra mente con la dovuta chiarezza."
    Condivido. Mi ricordo un filmato in cui si vedeva un topolino in un labirinto, che sentiva il profumo del cibo e cercava di raggiungerlo. Quando il corridoio in cui si trovava finiva in una parete, tornava indietro e riprovava in un altro corridoio. A forza di provare, il topolino riusciva a trovare il corridoio giusto e raggiungere il cibo.
    Voglio dire che il modello di società che ci ostiniamo a tenere in piedi, ha dimostrato di creare solo ricchissimi frustrati e poverissimi doppiamente infelici. Cambiare modello , no ? Il topolino ci insegna qualcosa ?
    Il problema degli immigrati ( qualcuno ha osservato che siamo tutti immigrati ) si risolve se ci facciamo le domande giuste. Se noi occidentali , per il nostro esclusivo interesse, portiamo le guerre nei paesi dove ci conviene portarle,ci possiamo meravigliare se da quei paesi scappano milioni di disperati per sfuggire al disastro da noi generato ? E abbiamo ragione di lamentarci dell'invasione ?
    Sono nato in Libia. Quando Gheddafi è stato assassinato con una ribellione e una guerra condotta dall'occidente con motivazioni innominabili, il paese che lui riusciva a tenere insieme alla meglio , si è disintegrato e oggi assistiamo a un esodo tragico di dimensioni bibliche.E abbiamo il coraggio di lamentaci per l'invasione ?
    Facciamoci le domande giuste. E proviamo a percorrere un corridoio diverso.

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